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Foto di Cédric Puisney rilasciata in cc https://flic.kr/p/6mKN2E

La partecipazione digitale al servizio della PA

di Patrizia Fortunato.

Mai come negli ultimi anni si è assistito al proliferare di pratiche partecipative all’interno dei comuni italiani e a un costante ampliamento dell’area decisionale dal soggetto politico ai cittadini, alle imprese, ai portatori di interesse.

La legislazione italiana con i suoi tanti richiami alla partecipazione negli enti locali, l’articolo 118 della Carta costituzionale che sancisce la sussidiarietà orizzontale, l’articolo 22 del Nuovo Codice Appalti che ha introdotto il dibattito pubblico, tutto evidenzia l’esplicito impegno formale della pubblica amministrazione. Un impegno da operativizzare e per il quale FPA, in collaborazione con ANCI, ha avviato un percorso di accompagnamento sulle modalità da seguire per la transizione attuativa-esecutiva: così è nato il progetto PartecipaNet.

Un lavoro che prende vita da un’istanza concreta, dall’esigenza di coordinamento di networking di 24 assessori all’innovazione che hanno partecipato al tavolo La trasformazione digitale per costruire città e comunità intelligenti e sostenibili, durante FORUM PA 2017. È stata creata la community PartecipaNet che riunisce gli assessori con delega alla partecipazione, è stata lanciata la survey rivolta a tutti gli amministratori locali per una prima ricognizione delle buone pratiche con un focus sulla partecipazione digitale, i cui primi risultati saranno restituiti durante Icity Lab 2017.

Un’occasione per parlare di partecipazione e abilitazione al coinvolgimento civico in un panel e delle tre tipologie di partecipazione – dibattito pubblico, bilancio partecipativo, partecipazione digitale – nell’altro.

Abbiamo intervistato Giulia Pietroletti, che ha lavorato nel campo della rigenerazione urbana e nella ricerca sulla partecipazione civica e che per il progetto PartecipaNet sta curando la parte di mappatura delle esperienze di partecipazione digitale.

Perché c’è un estremo interesse verso la partecipazione digitale? “Perché – afferma Pietroletti – le forme tradizionali di partecipazione politica faticano sempre più a coinvolgere la cittadinanza; le pratiche partecipative servono a colmare il gap di allontanamento che oggi c’è tra i cittadini e la politica rappresentativa. La partecipazione potrebbe beneficiare moltissimo dall’utilizzo della tecnologia, che ha cambiato la quotidianità dei cittadini e potrebbe essere una sfida nuova da raccogliere per rivitalizzare la partecipazione. Per gli amministratori, non è facile orientarsi tra le varie metodologie attive e soprattutto comprendere se e quando è il caso di aprire un processo partecipativo: lo scopo del progetto di ricerca è anche di aiutare a orientarsi nel mondo della partecipazione attraverso un confronto tra le varie esperienze per renderle comprensibili”.

Attraverso l’analisi di alcune iniziative italiane recenti verifichiamo come le pratiche partecipative possano permettere di raggiungere gli obiettivi predeterminati dagli enti locali.

“Il Comune di Milano – continua Pietroletti – sta lavorando ai bilanci partecipativi, una delle pratiche partecipative più avanzate perché su un livello non consultivo ma decisionale, per cui si chiede ai cittadini attraverso un percorso articolato di entrare nel merito di alcune decisioni politiche. Ci sono altre forme di consultazione che rimangono di indirizzo, non vincolanti, come il dibattito pubblico. Anche la consultazione ha una sua validità, bisogna però fare in modo che le regole siano chiare e che a monte si sappia qual è la posta in gioco. Purtroppo abbiamo assistito molto spesso in passato alla partecipazione fatta come forma retorica e a cui non sono seguiti dei riscontri pratici, questo ha creato un rapporto di sfiducia da parte dei cittadini chiamati a fare un lavoro di cui poi nessuno tiene conto. Ci sono vari livelli di coinvolgimento, quello dei cittadini, dei politici e dei tecnici amministrativi: questi tre attori devono avere molto chiaro quali sono gli ambiti e qual è il loro ruolo. C’è un impegno reciproco, senza questa fiducia il processo è destinato a fallire”.

Tema centrale è, dunque, la svolta deliberativa, grazie al contributo di Luigi Bobbo, tra i primi in Italia e ragionare in termini accademici sulla partecipazione deliberativa dei cittadini, sull’adesione spontanea alle regole che la soft law presuppone. La centralità della dimensione partecipativa nelle politiche pubbliche è stata favorita anche dall’articolo 22 del Nuovo Codice Appalti.

“Nell’articolo 22 del Nuovo Codice Appalti c’è il riferimento al fatto che bisogna utilizzare delle opportune forme di consultazione nella definizione di opere pubbliche. In realtà la partecipazione degli enti locali è un concetto che nasce con l’agenda 21 dell’ONU, inizio anni ’90, e che ha premiato un po’ tutta la normativa italiana ed europea, con una serie di impegni a cui hanno aderito molto città. Di fatto in Italia – afferma Pietroletti – soltanto la regione Emilia-Romagna e la regione Toscana hanno una legge che prevede delle risorse per la partecipazione perché uno dei limiti di questi principi è che sono all’interno delle normative. Questo richiamo del codice degli appalti deve trasformarsi, deve avere una validità concreta. La partecipazione digitale è un’opportunità perché non si può fare partecipazione digitale in maniera approssimativa, servono delle professionalità tecniche, bisogna dotarsi di una serie di strumenti, che da una parte economizzano il processo, dall’altra prevedono una forma di investimento. Senza un investimento serio e professionale e l’utilizzo di facilitatori, il risultato della partecipazione rischia di diventare approssimativo e di depotenziare uno strumento di cui invece oggi amministrazioni e cittadini hanno un grande bisogno”.

È lecito credere che la partecipazione e la sussidiarietà orizzontale si contemplino, ma Pietroletti mette in guardia “siamo passati da una stagione dove si parlava di partecipazione dei cittadini nelle scelte pubbliche a un momento invece in cui si parla di coinvolgimento dei cittadini nella gestione diretta dei beni comuni o nell’ottica di sussidiarietà di intervenire direttamente in ciò che più prossimo, senza per forza dover ricorrere a dei concetti gerarchici, verticistici, ma di poter attivare le risorse che ci sono in maniera non formale. Sono due concetti complementari: una sussidiarietà senza partecipazione diventa semplicemente una sostituzione, chiediamo ai cittadini di intervenire dove lo Stato per qualunque motivo non può farlo; una sussidiarietà che comprende la partecipazione dà ai cittadini anche una forma di potere, per cui si pulisce il giardino pubblico però si decide anche insieme come il giardino si progetta o come si gestiscono le risorse nel bilancio partecipativo. Partecipazione e sussidiarietà sono due concetti che devono andare insieme, l’uno senza l’altro rischia di piegarsi molto facilmente a delle forme di degenerazione, di travisamento dello spirito con cui queste leggi sono state fatte”.

Con l’idea di poter promuovere questa forma di partecipazione e quindi di mantenere vivo un network di amministratori e di città avanzate su questo tipo di pratiche, si consegnerà alle amministrazioni il rapporto sulla partecipazione digitale in Italia. Il progetto PartecipaNet non si esaurisce però con la presentazione dei risultati della prima parte della survey ad ICity Lab, ma si spera possa continuare con il contributo di tutte le amministrazioni che vorranno aderire. Questo è il nostro augurio.

Il 25 ottobre, all’interno di ICity Lab 2017 un ulteriore incontro sul Bilancio Partecipativo in Italia e all’estero.

Foto di Cédric Puisney rilasciata in cc https://flic.kr/p/6mKN2E