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Foto di Bruno Cordioli rilasciato in cc https://flic.kr/p/ey48Ax

Città e comunità intelligenti e sostenibili: modelli e percorsi verso il 2030

di Patrizia Fortunato.

Nelle proiezioni ONU, entro il 2050 la percentuale dei cittadini europei che vive in aree urbane è destinata a salire dal 70% all’80%. A fronte di questa criticità, cosa le città stanno già facendo per garantire la sostenibilità dal punto di vista economico, culturale, sociale, organizzativo, ambientale e tecnologico? A FORUM PA 2017 abbiamo dato inizio a un percorso di riflessione che lega i temi urbani alle sfide dell’Agenda 2030 sugli obiettivi di sviluppo.

Che tipo di sviluppo stanno disegnando le politiche delle nostre città? Quanto siamo lontani dai traguardi dello sviluppo sostenibile sul piano locale? Quanto ciascuna città può contribuire ai traguardi nazionali dell’agenda 2030? Questi gli interrogativi con i quali abbiamo aperto i tavoli di confronto tra gli assessori all’innovazione dedicati rispettivamente al tema della “mobilità e valorizzazione del patrimonio”, della “partecipazione, inclusione e diritti”, della “resilienza, verde pubblico e ambiente”.

Durante i tavoli sono stati raccolti materiali, suggerimenti, idee da elaborare da qui a ottobre in vista dell’edizione 2017 di ICity Lab (24-25 ottobre).

La diversità territoriale (per dimensioni, posizione geografica e culturale) è emersa come punto di forza dello sviluppo sostenibile. È necessario ridefinire l’identità dello spazio urbano puntando sugli elementi caratterizzanti l’area di appartenenza, migliorare la qualità ambientale della città nella logica di gestione delle risorse naturali, contribuire alla vivibilità riqualificando aree destinate al declino e rivitalizzando le periferie. In questa prospettiva, può rivestire un ruolo abilitante rispetto agli obiettivi 2030 della Strategia Nazionale per lo sviluppo sostenibile la digital transformation delle comunità locali. Il rischio è che, in Italia, a fronte di investimenti anche significativi sull’economia digitale non corrisponda una reale possibilità per i cittadini di utilizzare questi strumenti e che aumenti il livello di disuguaglianze dei redditi per le minori capacità di accedere ai posti di lavoro tracciati dall’evoluzione tecnologica. Le pubbliche amministrazioni avvertono la necessità di inquadrare le iniziative locali in un piano nazionale di alfabetizzazione digitale che aiuterebbe a garantire l’inclusione sociale e questa visione è condivisa anche dall’Unione Europea che il 30 maggio 2016 ha approvato il Patto di Amsterdam, fissando tra le priorità dell’Agenda Urbana quella della transizione al digitale.

Tre gli elementi di riflessione affrontati al tavolo della mobilità. Prima di tutto, un’analisi dei dati relativi agli incidenti stradali, i quali dicono che c’è un decremento complessivo dei sinistri, ma non in ambito urbano: in 15 anni in Italia è diminuita la percentuale delle morti (-60%) e dei feriti (-40%). Di contro in ambito urbano il livello di incidentalità pedonale nel 2016 presenta gli stessi numeri del 2000 e osservando i dati della cosiddetta mobilità dolce abbiamo il 35% in più tra morti e feriti. Alcuni comuni stanno agendo attraverso il coordinamento di politiche attrattive verso il trasporto pubblico e la definizione di nuove “mission zone”, aree concentriche in cui non possono transitare le automobili private. La seconda riflessione riguarda la necessità di programmare attività ordinarie di manutenzione delle pavimentazioni stradali, di segnaletica orizzontale e verticale e dei servizi di copertura delle buche. Serve un piano di manutenzione ordinaria, ancor prima del piano comunale della sicurezza stradale, ancor prima del piano della mobilità sostenibile. Terza riflessione, la mobilità va vista come mobility assistance service dettata da una nuova esigenza che sta emergendo sempre più tra gli utenti, quella dello spostamento plurimodale: a piedi, in bike o car sharing, con la macchina dell’amico, con il trasporto pubblico. Questo vuol dire migliorare la capacità digitale dove serve, ogni smart city dipende dalle priorità del territorio e di chi quel territorio lo abita, dal modo di essere e svilupparsi di alcune sue parti – quartieri – isolati – parchi – distretti. Realizzare la smart city vuol dire pensare a un modello di sviluppo integrato nel quale i vari aspetti finiscono per convivere in maniera dinamica e sistemica.

La riflessione sulla vivibilità delle città e sulla mobilità sostenibile ha portato la città di Firenze, come esempio di best practice, a investire quasi 2miliardi di euro in infrastrutture – colonnine elettriche, car sharing, nuove flotte elettriche di taxi – con l’obiettivo entro il 2019 di proporre veicoli elettrici o ibridi. Tra gli interventi menzionati anche quello del Comune di Rossano che ha proposto un progetto di mobilità sostenibile alla Regione Calabria puntando sui POR 2014-2020 e prevedendo di elettrificare una rete ferroviaria ormai dismessa sulla fascia ionica per realizzarvi una metro leggera che possa unirvi tutti i comuni dello Jonio cosentino.

Sul tavolo del confronto un profondo ripensamento dei nuovi metodi di finanziamento che prevedano il coinvolgimento di un ampio spettro di stakeholders e contribuiscano alla creazione di un modello economico alternativo e circolare. È il caso del Comune di Modena che ha illustrato i benefici derivanti dalla partnership pubblico-privato nella realizzazione in città di un “Automotive Smart Area”, un hub per la ricerca sulla mobilità sostenibile di veicoli elettrici innovativi, organizzato sottoscrivendo un protocollo in partnership con l’università e con FCA, in particolare con Alfa Romeo e Maserati. L’amministrazione comunale di Prato ha utilizzato finanziamenti pubblici del Comune, del bando periferie e della Regione Toscana per rigenerare alcune aree dismesse, in particolar modo per l’abbattimento dell’edificio del vecchio ospedale, la costruzione di un parco all’interno delle mura storiche medievali e la nascita di un parco fluviale. Ha attirato fondi e investitori internazionali anche la città di Firenze per aver avviato il nuovo regolamento urbanistico “a volume zero”, ossia recuperando il patrimonio esistente, quel milione e seicentomila metri quadrati di spazi non utilizzati, senza ulteriore consumo di suolo (a livello nazionale si stima di raggiungere nel 2050 livelli di consumo dello 0%, dati Ispra).

Altro elemento chiave per lo sviluppo delle città è il passaggio da infrastrutture a banda larga di base all’utilizzo degli open data, all’interoperabilità dei dati e dei servizi, all’utilizzo dei dati anche per assumere decisioni, una transizione che è prima di tutto culturale e non solo digitale. La chiave della sostenibilità è data anche dal saper coniugare l’innovazione tecnologica alla valorizzazione del patrimonio culturale per avere una progettualità intelligente, integrata; è il caso della città di Assisi, un comune di 28mila abitanti, ma con problemi da città di medie-grandi dimensioni con circa 4milioni di visitatori e problematiche di valorizzazione del patrimonio.

I vari aspetti di innovazione urbana finiscono per essere integrati in un unico contesto spaziale e generare anche forme innovative di aggregazione e inclusione sociale: spazi residenziali lavorativi, coworking, Urban Center e spazi per le startup, come il caso del comune di Empoli. L’idea di implementare un modello di
innovazione urbana funzionale allo sviluppo sostenibile del territorio passa
per l’analisi delle criticità emerse nel terzo tavolo di lavoro: dall’analisi del rischio idrogeologico agli elementi
della resilienza, dal consumo di suolo alla raccolta differenziata dei rifiuti,
dalla manutenzione del verde pubblico alla gestione dei beni comuni.

Autentiche esperienze pilota sono state presentate durante FORUM PA 2017 (qui trovate tutti gli atti on line).

Foto di Bruno Cordioli rilasciato in cc https://flic.kr/p/ey48Ax